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MUSICA CLASSICA E ARTE  2008

1917

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B.Bartok - Quartetto n.2
Sul Secondo Quartetto (op. 17) sembrano pesare le circostanze, storiche ed esistenziali, del periodo nel quale esso venne composto, e che ne spiegano la lunga genesi: dal 1915 al 1917, gli anni della prima guerra mondiale. Mettendo l'accento su queste circostanze, si è soliti vedere in esso una sorta di rovesciamento dell'itinerario percorso nel primo, una discesa dalla luce negli abissi di un destino tragico e desolato.
Come il primo, si compone di tre movimenti: ma qui il vasto, selvaggio Scherzo centrale (in forma di rondò, alternando barbariche figurazioni ritmiche a livide atmosfere sonore di inquietante suggestione timbrica) è incorniciato simmetricamente da due movimenti lenti.
Il primo {Moderato) si basa su cellule tematiche estremamente definite, che solo nell'epilogo giungono a distendersi in ampio gesto melodico, quasi sorprendente nell'abbandono a un calore lirico da idillio romantico. La tensione che viene a crearsi fra questi due movimenti si chiarisce solo nel Lento finale, dove significativamente riappaiono, in fantasiosissimi svolgimenti, le stesse idee tematiche principali, ma per così dire trasfigurate in una visione metafisica e oggettiva. A sua volta anche questo Finale è costruito simmetricamente, con al centro una marcia funebre che si trascina senza meta, per poi scomparire nel nulla. La stessa ripresa ha il carattere di una dissolvenza verso il silenzio.
Tre almeno sono gli aspetti da rilevare in questo Quartetto, in relazione al definirsi di uno stile personale di Bartók: la rarefazione timbrica, sempre più incline a farsi espressione di uno stato d'animo interiore, sismografo delle vibrazioni dell'anima e delle impercettibili variazioni del paesaggio sonoro notturno; la tecnica dell'elaborazione compositiva, basata sulla continua aumentazione e diminuzione degli intervalli (qui non ancora, come poi invece avverrà, anche dei ritmi) nella serie progressiva delle trasposizioni; la tendenza al superamento delle differenze modali e delle gerarchie tonali, verso una "libera atonalità" che organizza i dodici suoni della scala in rapporti armonici autonomi a partire da semplici aggregazioni cellulari.
Principio e modello in questa direzione fu per Bartók ancora una volta lo studio della musica popolare, e in specie delle scale su cui essa si fondava in antico: " La loro utilizzazione" - ricorderà nella Autobiografia (1921) - "rendeva possibili nuove combinazioni armoniche; e fu infatti l'uso della scala diatonica che portò all'emancipazione dal rigorismo delle scale maggiori e minori, rendendo così possibile il libero e indipendente impiego dei dodici suoni della scala cromatica".

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