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MUSICA CLASSICA E ARTE  2008

1928

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B.Bartok - Quartetto n.4
Il Quarto Quartetto, composto fra il luglio e il settembre del 1928. Questo lavoro, articolato in cinque movimenti, affronta nuovamente il problema della grande costruzione ciclica a simmetria centrale, da un lato riallacciandosi a Beethoven (soprattutto al Quartetto in la minore op. 132), dall'altro spremendo il succo delle acquisizioni moderne in fatto di tecnica e di linguaggio compositivo.
Il problema della macrostruttura viene risolto con una disposizione rigorosamente prestabilita, denunciata dall'autore stesso nelle note di accompagnamento alla partitura della Universal Edition: "Il movimento lento (cioè il terzo, Non troppo lento) è il nucleo centrale dell'opera, gli altri si dispongono a strati attorno a questo.
Il quarto movimento è una libera variazione del secondo, mentre il primo e il quinto si basano sullo stesso materiale.
Ne deriva che attorno al nucleo centrale (terzo tempo) il primo e il quinto formano gli strati esterni, il secondo e il quarto quelli interni".
In realtà, però, questa spiegazione chiarisce solo in parte l'enorme complessità delle relazioni sottese alla forma del Quartetto.
Esso sembra nascere veramente dal nucleo del tempo centrale, che si espande a raggiera verso gli altri movimenti pur differenziandosi nettamente per carattere, tematica e tonalità, e nello stesso tempo ne riflette le trasformazioni in un'ottica speculare deformata, pur nella riconoscibilità dei tratti originari: sì da essere, del ciclo completo, il punto di partenza e di arrivo insieme.
Questo movimento centrale consta di una serie di monologhi e dialoghi solistici, basati su un'ampia melodia esposta la prima volta dal violoncello, con carattere di recitativo.
La tecnica dell'imitazione a specchio costituisce il principio compositivo fondamentale, evidentemente simbolico: sembra quasi che ogni figura del Quartetto rispecchi se stessa, o rifletta la propria immagine in altre figure.
Solo alla fine le quattro voci si presentano insieme, per dare pienezza alla ripresa della melodia ora riccamente fiorita ed elaborata: lo stile di questo recitativo condensa il ritmo libero del declamato delle melodie popolari con l'emozione più profonda e stupefatta di certe cantilene bachiane e beethoveniane.
Se dal nucleo centrale ci spostiamo agli strati "interni", e poi a quelli "esterni", ci rendiamo conto in che senso vada intesa la corrispondenza speculare indicata dall'autore.
Il secondo movimento (Prestissimo, con sordino) è una specie di danza spiritata, tutta mormorii indistinti e fruscii vorticosi, una sorta di Scherzo diabolico nel quale il groviglio materico stenta a districarsi e a identificarsi.
Quando esso riappare nella "libera variazione" del quarto movimento (Allegretto pizzicato) è come se nel frattempo l'obiettivo fosse stato messo a fuoco, e noi potessimo riconoscere ì contorni di ciò che prima ci appariva indistinto e indeterminato.
L'immagine speculare ha qui assunto una nuova identità, senza che sia possibile decidere quale delle due sia quella vera, od originaria. Qualcosa di analogo, sia pure in altro contesto, accade nella relazione fra primo e quinto movimento, rispettivamente Allegro e Allegro molto (gli strati "esterni" del Quartetto).
Il primo, in forma-sonata, costruisce il proprio tema per espansioni progressive di elementari cellule sonore, iniziando dal semitono. Quando ha raggiunto la forma definitiva, subito imita se stesso nell'inversione a specchio, generando con le sue varianti il resto del materiale tematico e rimanendo tuttavia sino alla fine il pensiero che guida il movimento.
Nel quinto movimento, Bartók comincia coll'elaborare gli elementi variati del materiale tematico del primo, per ritornare per successive privazioni e riduzioni alla figura fondamentale del tema, isolandone le cellule germinali. Il Quarto Quartetto finisce così là dove era cominciato, affondando le sue radici nell'identità originaria dell'elemento popolare, avvalorato proprio attraverso le più ardite e avanzate ramificazioni nel linguaggio della musica colta.

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