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MUSICA CLASSICA E ARTE  2008

1906

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C.E.Ives - Central Park in the Dark
Central Park in the Dark
Molto adagio
Composizione: 1898 1906
Organico: ottavino, flauto, oboe, clarinetto, 2 fagotti, tromba, trombone, 2 pianoforti, archi,
percussioni

Lavoro quanto mai emblematico del particolarissimo impressionismo «ivesiano», Central Park in the Dark (some Forty Years Ago) (la «meno seria» delle Two contempla-tions, il dittico musicale a cui appartiene insieme alla «contemplazione seria», la celeberrima The Unanswered Question), composto tra il 1898 e il 1906 e mai eseguito durante la vita del compositore, secondo quanto scrisse lo stesso Ives «vuole essere un dipinto musicale dei suoni della Natura e dei suoni occasionali che si sarebbero uditi stando seduti su di una panchina al Central Park in una calda notte d'estate di quarantanni fa.

Gli archi rappresentano i suoni della notte e l'oscurità silenziosa, interrotti da echi provenienti dal Casino oltre il laghetto: voci di cantanti da strada che salgono dal Circle cantando le canzoni d'allora, qualche «barbagianni» che ritorna da Healy's fischiettando l'ultima marcia goliardica, l'ubriaco occasionale, un corteo o una danza negra in lontananza, strilloni che gridano, pianole che scandiscono il ragtime [...]; un autobus, un'orchestrina da strada si uniscono al coro; un'autopompa, un biroccio passa e se ne va [...], i passanti vociano; di nuovo si percepisce l'oscurità, un'eco oltre il laghetto e noi ce ne andiamo a casa».
È un pezzo dove «la dimensione del ricordo, del tempo passato, viene dilatata, acquistando un significato quasi cosmico e sovratemporale» (G. Vinay), che Ives costruisce attraverso il contrasto - anche spaziale - tra le sonorità degli archi sullo sfondo, che evocano un'atmosfera irreale, una sorta di «polvere del tempo che si deposita sugli oggetti musicali evocati dagli altri strumenti», e quelle in primo piano, appunto, di legni ottoni pianoforti e percussioni, che rappresentano invece il «contingente», gli elementi realistici della vita quotidiana: questi ultimi, dopo un vano tentativo di emancipazione nella sezione centrale, soccombono, «collassano» come nel finale della Terza Sinfonia, sotto i colpi del silenzio metafisico, metafora del tempo che tutto travolge, tutto riduce in polvere.

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